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SLUMS DUNK

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Finalmente sono di nuovo in viaggio!
Quando sto troppo tempo ferma ad un certo punto mi sembra di scoppiare, mi manca l’aria e devo per forza partire, perché se no non mi sento davvero me stessa. Sembra scontato, ma per me il viaggio è sempre una scoperta, un’avventura, sia che si tratti di un viaggio dall’altra parte del mondo che una gita dietro casa. L’importante è andare, come diceva Kerouac, ma l’importante è anche avere una meta, aggiungo io, un obiettivo.
Questo viaggio in Africa per me ce l’ha un obiettivo: è quello di scoprire storie di donne e basket in questo continente ricco di bellezza e contraddizioni per un nuovo progetto video.
La prima tappa è il Kenya, da cui vi scrivo. Sono ospite di Tommy Marino e degli amici di Slums Dunk che proprio a Nairobi, nello slum di Mathare, hanno costruito un campo da basket e stanno formando anno dopo anno un gruppo di allenatori in grado di mandare avanti autonomamente l’attività cestistica.
Qui il basket non è solo un gioco, non c’era bisogno di venirci per capirlo, ma arrivare qui mi ha dato davvero la dimensione di quanto possa essere importante per la vita di molte persone. Tommy, Bruno & co. stanno davvero facendo qualcosa di speciale che, in qualche modo, cambierà per sempre la vita di molti bambini di questo slum.
Mathare è una baraccopoli in cui vivono 450.000 abitanti, il 50% dei quali ha meno di 18 anni. Le minuscole baracche di alluminio sono addossate le une sulle altre, niente finestre e niente bagno. Una intricata rete di stradine di fango a dividerle, ovunque ruscelli maleodoranti che fungono da fognatura a cielo aperto. Da qualsiasi parte ti giri saltano fuori bambini sorridenti e sporchissimi, spesso a piedi nudi, sempre con i vestiti logori e il moccio al naso.
E’ proprio nel bel mezzo di questo groviglio di odori e colori che Slums Dunk ha piazzato il suo campo: un campo di cemento sempre affollato, in cui giocano in continuazione bambini, adolescenti e perfino adulti. Un campo che è diventato già il cuore pulsante dello slum: chi salta la corda, chi gioca a calcio con un pallone fatto di stracci, chi si rincorre. Quando però arrivano gli allenatori, come per magia, la confusione sparisce e comincia l’allenamento. I bambini diventano mansueti, ordinati e attenti.
In campo ci sono sia maschi che femmine e, almeno qui, i ruoli sono solo quelli del basket. Qui le ragazze possono essere protagoniste, mentre nella vita reale dello slum le donne devono occuparsi della casa e dei figli, che cominciano ad avere da giovanissime. Qui ad esempio Judith, 12 anni, nelle sue enormi Jordan bianche, regalo probabilmente di quache giocatore passato di qui, corrre, difende, stoppa e segna più di molti suoi compagni maschi, di cui poi si prende gioco con un simpatico balletto.
La vita qui è davvero durissima, ma la palla a spicchi può essere l’occasione per questi bambini per scoprire che esistono valori diversi da quelli che regolano lo slum.

Per maggiori info sul progetto Slums Dunk visitate il sito www.slumsdunk.org