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È stata un’emozione grande vedere tante persone sedute al buio con la testa in su e le immagini del mio documentario che scorrono enormi sul maxi schermo. È stata un’emozione inaspettata riceve l’Oscar del cinema e della tv sportiva al FICTS International Festival, già essere in nomination era un onore (tra l’altro se l’avessi saputo mi sarei buttata giù da gara per ritirare il premio invece che andarci in jeans). È tutt’ora una sensazione stranissima sapere che mentre io vado avanti con la mia routine tra lavoro e allenamenti il documentario viene proiettato nei cinema in giro per l’Italia.

È una soddisfazione immensa essere riuscita a portare a termine un progetto così ambizioso al primo tentativo, ma non è stato per nulla facile. Senza il prezioso aiuto del mio team, la disponibilità di tutti i protagonisti e la collaborazione della Lega sarebbe stato impossibile.

Il documentario è nato per caso, durante una telefonata con la mia amica Annalisa Zanierato, ovviamente ex cestista, anche lei follemente innamorata di questo sport. Era circa un anno fa, nel periodo in cui, a causa del mio articolo provocatorio “Mors tua, vita mea” se mi avesse incontrato una pallavolista per strada mi avrebbe tirato sotto con la macchina anche se fossi stata sulle strisce pedonali. Era anche un periodo bruttissimo per me, perché era da poco mancata mia mamma. Così, quando mi ha detto: “Facciamo un documentario sul basket femminile?” mi ci sono buttata anima e corpo, e non è un modo di dire.

Ho studiato filmaking e documentario, ma per me era la prima vera esperienza: non avevo mai fatto un documentario e men che meno un lungometraggio. Siamo partite armate del nostro entusiasmo e abbiamo buttato giù gli argomenti che volevamo affrontare, i nomi delle persone che volevamo intervistare, abbiamo abbozzato una sceneggiatura, perché non è che puoi fare le cose a caso, devi saperlo prima cosa vuoi girare e cosa vuoi ottenere. Devi pianificare a tavolino parola per parola, sapendo già cosa risponderà l’intervistato e sapendo già le immagini che vuoi ottenere. Poi è partita la macchina organizzativa vera e propria: reperire numeri di telefono, chiamare le persone, trovare il giorno adatto per vedersi tra allenamenti, impegni lavorativi e personali, spostamenti ecc ecc. Abbiamo girato per mesi in lungo e in largo i palazzetti d’Italia ed è stato sia faticoso dal punto di vista fisico, sia stressante dal punto di vista mentale. È successo molte volte che arrivando in una location non ci fosse la luce giusta, il silenzio sperato, lo sfondo adatto o che finita l’intervista ci guardassimo negli occhi disperate e dicessimo “È venuta di merda!” Ma in qualche modo abbiamo portato a casa tutto il materiale, pur con mille errori tecnici e non sempre esattamente soddisfatte.

Ora penserete che il più è stato fatto, ma vi sbagliate. La vera mazzata è cominciata proprio ora: giornate intere a trascrivere parola per parola le interviste, selezionare i pezzi migliori e combinarli tra loro, montare immagini che a forza di vederle ti escono dagli occhi, tradurre tutto l’inglese in italiano e poi l’italiano in inglese, inserire i sottotitoli e le grafiche. Non contente ci è anche venuto in mente di creare due canzoni ad hoc per il documentario, e allora via in sala di registrazione con Giorgia Sottana che, passata l’euforia iniziale, mi deve aver odiato per averle fatto cantare mille volte ogni singola strofa. Poi è toccato ai titoli di testa e di coda: niente scritta sul monitor ma un simpatico “stop motion”. Abbiamo cioè stampato tutte le scritte, ritagliato le lettere, e poi fotografato lettera per lettera fino a comporre tutte le parole. Interminabile! Ah… Stavo dimenticando il reperimento dei filmati e delle foto d’epoca che è stato da comiche e soprattutto la realizzazione delle scene che mi vedono protagonista, perché nel documentario ci sono anche io, a mò di narratrice. Le abbiamo fatte in giro per Milano, con gli ovvi problemi di “girare” in luoghi pubblici: passanti curiosi, bancarelle piazzate in posti in cui non c’erano durante il sopralluogo, addetti comunali che tagliano l’erba del parco proprio mentre stiamo registrando ecc ecc. Se ci mettete anche che non so recitare e ho la ridarella facile…

Bhe, è stato un lavoraccio di tanti mesi, ma credo che ne sia valsa la pena. Prima di tutto sono soddisfatta di com’è venuto e dei messaggi che veicola, gli stessi per cui mi batto da anni tutti i giorni. Poi mi sono divertita, perché quando fai qualcosa che ti piace la fatica e il lavoro non pesano!

L’ unica nota stonata è stata la presenza alla “prima” di Vicenza di pochissime cestiste! Abbiamo scelto Vicenza appositamente per coinvolgere le molte Società di A1 e A2 della zona, abbiamo deciso di proiettarlo di lunedì proprio perchè è solitamente il giorno di riposo delle ragazze e di farlo gratuitamente per sottolineare ancora una volta che per noi la cosa principale è coinvolgere le persone, far parlare di basket femminile. Abbiamo anche fatto un grande lavoro di promozione sul web, sui social, tramite i media locali e contattando direttamente le Società per Società: “Non lo sapevo” non è quindi una scusa plausibile. Non vedere in sala le protagoniste del nostro basket non mi fa male a livello personale, molte più persone di quelle che immaginavo hanno già visto il documentario ed ho anche già vinto un premio inaspettato. Mi fa male perchè se nemmeno alle cestiste interessa il primo documentario sul basket femminile italiano, non interessa far sentire la propria voce e far sapere che il nostro movimento c’ è ed è vivo, a chi altro mai può interessare questo nostro piccolo sport?

A questo link le date delle prossime uscite al cinema:
www.facebook.com/events/1787928738101116/

Spero vi piacerà!