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RUANDA: SI RICOMINCIA

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A Mathare l’ho scampata, nascosta dietro alla macchina fotografica ho evitato accuratamente ogni proposta di partitella dei bambini e ogni strampalata sfida di tiro del duo Tommy/Il Barba. L’unica volta che ho tentennato è stato quando i bambinetti di 10 anni hanno detto in coro che mi avrebbero tranquillamente battuta in 1vs1 perché sono una donna (il maschilismo è precoce da queste parti!)… Ma comunque ho resistito, pensando al male che ho provato quando mi sono strappata il polpaccio a marzo. Visto che non ho ancora concluso la fisioterapia e non ho mai giocato, mi sembrava inutile rischiare in Africa, per lo più contro ragazzini scalmanati su un campo di asfalto.

E invece a Rususa, nel cuore delle montagne Ruandesi, in visita ad uno dei campi di Sports Around The World del giramondo coach Bizzozi, ho capitolato. Fa niente che le ragazze ruandesi erano poco più che principianti, fa niente che la palla era quella da minibasket e il campo un rettangolo irregolare di asfalto terroso, è stato entusiasmante ugualmente. Ogni volta che toccavo la palla partiva un coro: “Musungu (che significa uomo bianco) shoot”, anche se ero in difesa. L’ho passata per un pò e poi ho cominciato ad andare a canestro anche io. Lo so, non si dovrebbe fare un canestro dietro l’altro quando si gioca contro gente molto più scarsa, ma la mia astinenza era tanta ed effettivamente provavo un piccolo brivido di gioia ogni volta che la palla attraversava l’anello, perché ovviamente della retina neanche l’ombra. C’è da dire anche che le ragazze di Rususa, molte delle quali giocano a piedi nudi, sì sono scarse in attacco, ma nell’altra metà campo se la cavavano moto bene e più che nella difesa dell’1vs1 si sono specializzate in placcaggi stile rugby!

Mentre giocavamo mi sono chiesta se negli sguardi così seri e profondi di queste ragazze ci fosse anche qualcosa della recente storia del loro Paese. Ovviamente non ho trovato nessuno che avesse voglia di parlare del dramma del 1994, ma la visita al Museo del Genocidio di Kigali mi ha fatto capire che forse qui la gente ha più voglia di dimenticare che di ricordare. Nel 1994 io avevo 16 anni e come tutti guardavo i Mondiali di calcio in USA, ignorando completamente uno dei più grandi massacri mai avvenuti. Nel giro di 100 giorni gli estremisti Hutu hanno sterminato a colpi di machete oltre un milione di Tutsi, lasciando i cadaveri mutilati nelle strade e una ferita aperta ancora oggi. Vicini di casa, colleghi, amici e anche parenti sono diventati improvvisamente assassini, carnefici, mostrando una brutalità di cui solo l’essere umano è capace. Il mondo è stato a guardare senza fare niente, nascondendosi dietro alla solita scusa “In Africa va così, si ammazzano tra di loro”. E invece, come spesso accade, le fazioni le abbiamo create proprio noi: è la solita vecchia storia del colonialismo. Qui in Ruanda, in cui in passato non c’erano mai state tensioni o scontri, sono stati i Belgi a creare una divisione tra le etnie introducendo la carta d’identità etnica e appoggiando al potere prima gli uni e poi gli altri.

Nove giorni in un Paese sono pochi per farsi un’idea globale, ma quello che ho visto e vissuto è un Ruanda che sta lottando per ripartire, che si sta sviluppando puntando anche sul turismo, ospitale, rigoglioso. Le ragazze di Rususa sono per me la faccia di questo Ruanda, serie e cupe nella foto di gruppo, ma piene di energia ed entusiasmo dentro al campo da basket dove, si sa, non si riesce mai a fingere.